Come in Siria, anche in Libia è una guerra per procura

Come in Siria, anche in Libia è una guerra per procura

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di Alberto Negri
Le notizie dal mondo arabo-musulmano, e non solo da quello, sono preoccupanti: il pessimismo appare il criterio più affidabile per anticiparne gli sviluppi politici.

La Libia non sfugge alla regola anche se la sconfitta dell’Isis a Sirte e la prossima riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli sembrano far propendere all’ottimismo. Senza farsi troppe illusioni: la Libia resterà per anni un Paese ad alta instabilità.

In realtà spesso giudichiamo con criteri occidentali o ci affidiamo a chi dice le cose che vogliamo sentire.

Gli esempi sono innumerevoli. L’opposizione irachena nel 2003 sembrava in grado di prendere in mano la situazione. Alla caduta di Saddam, il «Time» dedicò una copertina ad Ahmed Chalabi definito dal dipartimento di Stato il «Washington iracheno»: oggi pochi si ricordano di lui se non per una bancarotta in Giordania. In Siria la Turchia ma anche gli Usa e la Francia insistono che Assad deve fare le valigie: non risulta che la pensino allo stesso modo a Damasco, Mosca o a Teheran. Non solo, la guerra siriana, una sonora sconfitta per Erdogan, ha innescato insieme al fallito golpe la crisi tra Ankara e l’Occidente.

La Libia del dopo Gheddafi nel 2011 fu abbandonata al suo destino credendo che la democrazia fosse cosa fatta: il Paese si è disgregato, le frontiere sono crollate e si sono insediati i jihadisti. Questo non significa avere nostalgia di un dittatore o di un’età dell’oro mai esistita ma capire come evitare altri errori dopo questo intervento iniziato con i raid Usa e proseguito con la presenza sul terreno di truppe occidentali, tra cui quelle italiane. C’è un piano per la Libia o si tratta di interventi di corto respiro?

È stato il governo di Al Sarraj, che non è certo il “Washington libico”, a chiamare gli Stati Uniti, così come hanno gradito la presenza di forze speciali americane e britanniche le milizie che combattono contro l’Isis. Non sono dello stesso parere però fazioni islamiche come i Fratelli Musulmani.

Ma l’obiettivo di questa guerra, che intende rafforzare il debole governo di unità nazionale di Tripoli, non sono soltanto i jihadisti: il bersaglio è anche il contenimento del generale Khalifa Haftar e del governo di Tobruk, sostenuto da francesi, egiziani, emiratini e russi. La Francia pratica la politica del doppio binario: ufficialmente approva gli accordi a favore di Tripoli poi manda truppe al fianco di Haftar per difendere i suoi interessi strategici in Cirenaica.

Come la Siria anche la Libia è una guerra per procura, soltanto che gli schieramenti sono diversi. Qui ci sono due coalizioni: una – con la Russia, l’Iran e gli Hezbollah libanesi – appoggia Assad, mentre gli americani guidano un fronte eterogeneo cui partecipano anche la Francia come pure Arabia Saudita e Turchia, che fino all’incontro tra Erdogan e Putin ha avuto per cinque anni come obiettivo supremo abbattere Assad ed eliminare i curdi, non far fuori i jihadisti che ha fatto affluire dalle sue frontiere.

Anche Erdogan viaggia sul doppio binario: ha concesso di malavoglia agli Usa la base Nato di Incirlik contro l’Isis e ora tratta con Putin per salvare la faccia ed evitare che i curdi abbiano un embrione di stato ai suoi confini.
In Siria sta vincendo la coalizione guidata dai russi mentre quella degli americani non ha chiaro quale sarà il suo obiettivo oltre all’Isis. L’unico piano occidentale è stato appoggiare i curdi e riciclare i jihadisti di Al Qaeda tra l’opposizione “rispettabile” per accontentare turchi e sauditi, cioè il fronte sunnita opposto a quello sciita. È la vecchia politica del “doppio contenimento” inaugurata dagli Usa durante la guerra Iran-Iraq degli anni 80: a volte funziona ma non dura troppo a lungo.

In Libia non è chiaro a chi si debba salvare la faccia. Forse ci si fermerà alla Sirte, dove per altro sono numerose le tribù gheddafiane, lasciando che Tripolitania e Cirenaica restino separate.
Gli americani hanno dichiarato che i raid non dureranno più di un mese, un tempo largamente insufficiente per sanare le divisioni tra i libici che hanno alla base un problema chiave: la spartizione della torta petrolifera, un bottino che insieme agli investimenti all’estero ammonta a circa 130-150 miliardi di dollari. Fette di torta cui aspiriamo anche noi qui in Occidente.
Gli Stati Uniti possono essere soddisfatti di eliminare le roccaforti del Califfato e dare una spinta alla campagna della signora Clinton ma per l’Italia il problema fondamentale è stabilizzare le coste da dove affluiscono migliaia di rifugiati. La sconfitta dell’Isis può essere un inizio promettente ma non basta: oggi il 40% del Pil della Tripolitania è generato dal traffico di essere umani che alimenta le stesse fazioni del governo Sarraj. Aumentare l’export di oro nero e di gas è essenziale per sganciare fazioni e tribù dai proventi dei traffici clandestini. In questo l’Italia può dare una mano interessata, non meno di quella dei “pompieri incendiari” che hanno contribuito al caos del Paese.

La Libia, come la Siria, è una lezione sui tempi che corrono: concetti come “alleato” e “nemico” non spiegano più la realtà internazionale. Anche l’Italia nel caso libico ha avuto la prova di quanto gli alleati siano più spesso concorrenti che amici. Speriamo di avere imparato la lezione.

 

 

 

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