Come devono cambiare le abitudini alimentari

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Oggi abbiamo a disposizione una maggiore varietà di cibo e non siamo più legati alla stagionalità di certi prodotti. Ma, a ben vedere, stiamo davvero meglio dei nostri nonni?

Il progresso tecnologico, l’aumento della popolazione mondiale e l’avvento della società del consumo hanno profondamente modificato anche le più normali attività quotidiane. Basti pensare all’alimentazione, a quanto è diverso quello che mangiamo oggi rispetto a quello che mangiavano i nostri nonni, o persino i nostri genitori. Ad una considerazione superficiale, potremmo pensare che noi stiamo meglio: abbiamo una maggiore varietà di cibo a disposizione, non siamo più legati alla stagionalità di certi prodotti, possiamo conservare ogni alimento per lungo tempo. Ma, a ben vedere, forse le cose stanno un po’ diversamente.

Invertire la tendenza in nome della salute

Molti ormai sono i nutrizionisti e gli economisti che stanno cercando di dire che è giunta l’ora di cambiare direzione; l’ultimo grido di allarme è stato lanciato da Piero Riccardi, noto giornalista autore di molti servizi di denuncia. Riccardi ha pubblicato un libro, edito da Ecra, dal titolo assai eloquente: Riprendiamoci il cibo: inchiesta e proposte per un’alimentazione responsabile. Nella sua spietata anamnesi del mercato alimentare contemporaneo, Riccardi fa emergere tutte le incongruità che dominano il nostro mondo. I consumatori infatti non riescono a rendersi conto del prezzo, economico ed ambientale, che si paga per avere certi prodotti sulla propria tavola.

Il costo della destagionalizzazione dei prodotti

Ad esempio, Riccardi parla della destagionalizzazione dei prodotti. Importare frutta o verdura da altri Paesi significa pagarli un prezzo molto elevato. Significa anche inquinare l’atmosfera con i gas di scarico dei mezzi di trasporto. Di contro, i coltivatori locali vedono deprezzata la loro produzione; spesso non riescono a sopravvivere con il loro lavoro e devono dipendere da sussidi pubblici e finanziamenti. L’Occidente, denuncia ancora Riccardi, sembra volontariamente fare finta di niente, ma prolungare l’indifferenza nei confronti di un sistema economico troppo oneroso potrebbe significare ben presto dover pagare un prezzo molto salato.

Tornare al passato e valorizzare il “chilometro zero”

La soluzione? Per Riccardi, come per molti altri commentatori, basta guardarsi indietro, ad un passato non troppo remoto, per capire quale potrebbe essere il modo migliore di agire nell’immediato futuro. Senza più ricorrere a cervellotiche soluzioni per sostentare l’agricoltura italiana, basterebbe tornare a consumare quello che il territorio produce, nella stagione giusta. Le parole d’ordine sono: chilometro zero, gruppi di acquisto solidale, mercati locali e soprattutto riscoperta della biodiversità, che negli ultimi decenni è andata scomparendo per via della selezione di varietà di prodotto maggiormente commerciabili.

La possibile soluzione alla crisi dell’agricoltura quindi risiede in una riscoperta delle nostre radici contadine, che però possono essere rivisitate in una nuova ottica proiettata verso un mondo globale. In questo modo si eviterebbero sprechi di risorse. Si potrebbe ottenere anche un altro risultato, non trascurabile: si potrebbe riscoprire il sapore del cibo genuino, che oggi, abituati come siamo ad alimenti imbottiti di conservanti e coloranti, abbiamo quasi del tutto dimenticato.

Il Team di BreakNotizie