Charlie Hebdo: un anno dopo

Charlie Hebdo: un anno dopo

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Il 7 gennaio 2016 ricorre l’anniversario del sanguinoso attacco che si tenne nella redazione del giornale satirico “Charlie Hebdo” che colpì in modo atroce e inumano la libertà d’espressione occidentale, gettando nello sgomento milioni di persone che, sotto shock, si sono sentite unite in comuni sentimenti contrastanti che si dividevano tra stupore, dolore, insicurezza e con un solo interrogativo che imperava nelle menti: perché?

Ricordando quella tragica mattina, due uomini armati di kalashnikov e incappucciati, poi identificati come i fratelli Said e Chérif Kouachi, prendono in ostaggio Corinne Rey, una vignettista il cui soprannome era “Coco”, la quale si stava recando in redazione per partecipare a una riunione e la costringono a digitare il codice d’ingresso posto nel sistema di sicurezza, presente all’ingresso del giornale. L’appartamento dove la redazione lavorava, è posto in una palazzina degli anni ’70, in rue Nicolas Appert, nell’XI arrossindement, al numero 10.

Inutilmente un uomo cerca di opporsi, di fermarli, ma viene brutalmente colpito. Una volta dentro, gli assassini cominciano a urlare chiedendo chi fosse “Charb”, cioè Stéphane Charbonnier, il direttore, il quale era responsabile, ai loro occhi malati, delle vignette incriminate in cui veniva deriso Allah. Charbonnier non si nasconde e parla con fierezza ai suoi assassini, non si fa intimidire nè umiliare dalle loro armi. Questo perché ormai era abituato alle minacce: già in passato la sede del suo giornale aveva subito attentati e l’ultima volta era stata bruciata, sempre a seguito della pubblicazione di una vignetta giudicata offensiva e su internet la sua condanna a morte era stata già sentenziata da tempo.

Gli assassini lo freddano con una raffica di colpi, cominciando poi una vera e propria mattanza, uccidendo tutti quelli che sono giudicati nemici dell’Islam: Jean Cabut, vignettista detto “Cabu”; Georges Wolinsky; Barnard Vehrlac detto “Tignous”; Philippe Honoré; l’editorialista Mustafa Ourrad; Barnard Maris, economista; Michel Renaud; Frédérich Boisseau ed Elsa Cayat, psichiatra. Vengono feriti gravemente Philippe Lancon, Fabrice Nicolino, Laurent Sourisseau e Simon Fieschi. Viene ucciso anche un poliziotto, Ahmed Merabet, dopo essere stato ferito in strada. Uno dei pochi scampati al pericolo sarà Rénard Luzierd, il quale di ritorno da una pasticceria, vede degli uomini scappare agitando le proprie armi e si rende conto della tragedia che si è appena consumata.

Da quel momento comincia uno shock globale: i cittadini di Parigi, d’Europa e del mondo si sono stretti in una morsa solidale, si sono succedute fiaccolate ordinate e composte, al suono della Marsigliese, per ribadire il proprio orgoglio nazionalista e per dimostrare come l’Europa tutta unita non si piegava al terrorismo, sotto la comune dicitura: “Je suis Charlie“. Dopo un anno, la situazione politica non è cambiata, altre tragedie si sono succedute, di cui l’attacco terroristico al Bataclan è stata la punta dell’iceberg, in una escalation che vede nella paura la sua arma vincente. Perché anche se ancora oggi chiunque è pronto a dire “Je suis Charlie”, il timore comincia a dilagare, sia nelle strade che sul web: il “Financial Timesha definito il giornale francese “stupido” per la politica adottata, è sorto un movimento “Io non sono Charlie“, la sede della redazione è attualmente in cerca di un affittuario che stenta ad arrivare e le più importanti testate internazionali (“New York Times, “The Financial”) hanno deciso, pur assicurando sostegno morale ed economico, di non pubblicare più le loro vignette. Non è forse questo un segnale che il terrorismo è riuscito a segnare un punto in suo favore, instillando il seme della paura?

 

Il team di BreakNotizie

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