Carta d’identità elettronica: l’ennesimo flop all’italiana

Carta d’identità elettronica: l’ennesimo flop all’italiana

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Per valutare la bontà di un’idea bisogna testarne la possibilità di realizzo. E, quella di sostituire il vecchio documento d’identità con un tesserino di plastica dotato di microchip poteva essere un’idea eccellente, peccato che sia rimasta tale solo sulla carta perché, in pratica, si è rivelata un vero e proprio fallimento.

Correva l’anno 1997 quando, l’allora Governo Prodi, approvò la legge Bassanini che conteneva numerosi provvedimenti volti a semplificate i procedimenti amministrativi e a snellire la deleteria burocrazia italiana, una delle più antiche e gravi piaghe che affliggono il nostro Paese. Tra questi provvedimenti, l’art. 2, comma 10 (e successive modifiche) prevedeva l’introduzione graduale della CIE (Carta d’Identità Elettronica) che avrebbe sostituito in toto il documento d’identità abitualmente utilizzato.

Questo nuovo strumento, oltre a contenere i dati identificativi del cittadino, è dotato di microprocessore, nel quale possono essere memorizzati anche altre informazioni “sensibili”, legate anche all’aspetto della salute quali, ad esempio, impronte digitali e gruppo sanguigno: la presenza di una banda magnetica e di un PIN personale, poi, rendono questa tessere utile per avvalersi dei servizi web erogati dalla P.A. che, a detta della norma istitutrice, col tempo sarebbero stati fruibili solo per mezzo della nuova CIE.

Poi ci sono voluti 5 anni affinché questo processo di informatizzazione prendesse il via, a iniziare da alcuni Comuni “pilota”, con una fase di sperimentazione destinata, ahinoi, a durare all’infinito. Infatti, dopo aver dotato i Comuni di tutti i complessi e delicati macchinari utili per l’emissione della CIE (stampanti termografiche e per la scrittura su smart card, nonché postazioni di scrittura laser), e aver organizzato numerosi corsi di formazione per il personale addetto alla sua produzione e distribuzione, il Governo pare essersi completamente dimenticato della questione, tanto che ai 60 milioni di euro erogati per l’avvio della stessa, non è seguito nessun altro stanziamento di fondi e men che meno alcun controllo in merito all’andamento della procedura.

Il risultato è che dal 2002 ad oggi sono state stampate solo 4 milioni di CIE, al costo di 25,42 euro cadauna (da sostenersi a carico del cittadino), i Comuni coinvolti sono sempre e solo quelli “pilota” (200 su 8.000) e, dulcis in fundo, i macchinari, divenuti ormai obsoleti, si rompono e non possono essere riparati, perché i pezzi di ricambio costano troppo per le casse comunali e perché non esistono fondi statali costituiti allo scopo. In più, cosa ben più grave, l’utilità di questa rivoluzionaria carta elettronica si esaurisce in quella di essere un colorato gadget, perché mancano i lettori del microchip, mai distribuiti.

Morale: la CIE è valida ma non è altro che un documento d’identità con la stessa valenza della vecchia e cara carta plastificata, nulla di più. Oltre a questo, il Governo ha di recente varato un’altra serie di provvedimenti mirati a “semplificare” la vita del cittadino, inserendo il sistema Spid, strumento parallelo alla CIE che ha la finalità di riunire in una solo “chiave” l’accesso ai servizi privati e pubblici. E del rivoluzionario tesserino elettronico d’identità, vagliato e promosso da ben due Governi e tutt’ora privo di utilità, cosa ce ne facciamo? La risposta appare molto ovvia: nulla.

Il team di BreakNotizie

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