All’ombra degli acquisti di Natale: come il consumismo può distruggere l’ambiente

All’ombra degli acquisti di Natale: come il consumismo può distruggere l’ambiente

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Comprare meno, vivere di più: è questo lo slogan di Greenpeace contro il consumismo sfrenato in nome di una maggiore consapevolezza green.

Il consumismo sfrenato, alimentato da corse allo shopping folle in occasione dei saldi di stagione, sarebbe una minaccia nei confronti dell’ambiente. Ce lo ricorda Greenpeace Germania, che quest’anno, alla vigilia delle grandi svendite pre-natalizie, ha pubblicato i risultati di una nuova ricerca evidenziando l’ingente impatto ambientale cagionato da tale forma di consumismo sregolato.

In occasioni come queste, è difficile per un consumatore resistere alla tentazione di aggiudicarsi degli oggetti ambiti facendo dei buoni affari, purtroppo però esiste anche un rovescio della medaglia. Le offerte a basso costo favoriscono il consumo e la produzione di rifiuti ad una velocità molto superiore rispetto a quella che il pianeta Terra può sostenere.
Gli oggetti acquistati “d’impulso” la maggior parte delle volte finiscono relegati in un angolo e poi, trascorso qualche tempo, vengono buttati nella spazzatura e di conseguenza nelle discariche. Si è calcolato che una persona, in media, acquista ben il 60% di vestiario in più ogni anno, ma la sua durata media al contempo si è dimezzata rispetto all’abbigliamento di 15 anni fa, con la conseguente abnorme produzione di rifiuti di tipo tessile. La fabbricazione di abiti è raddoppiata dal 2000 ad oggi, con vendite che sono cresciute da un miliardo di dollari a 1,8 miliardi nell’arco di 13 anni. Per il 2025 è previsto che si arrivi addirittura a 2,1 miliardi.

L’impatto ambientale dipende anche da fattori come le sostanze chimiche impiegate dalle industrie tessili, altamente inquinanti per oceani e fiumi, ma anche dalle considerevoli quantità di pesticidi utilizzati nei campi di cotone, sostanze che inquinano le terre agricole, che potrebbero essere adibite piuttosto per colture di destinazione alimentare. Uno dei maggiori danni a carico del nostro pianeta però lo causa l’uso crescente di fibre sintetiche ed in particolare il poliestere: questo tessuto produce un quantitativo di anidride carbonica triplo rispetto al cotone durante il suo ciclo di vita. Questo tipo di tessuto, già presente nel 60% dei capi d’abbigliamento, impiega decenni per degradarsi completamente ed è capace di contaminare l’ecosistema marino, trattandosi di microfibre di plastica.

Per contrastare il fenomeno dello shopping compulsivo prima delle feste natalizie, e rendere i cittadini più consapevoli sulle problematiche ambientali connesse a questo fenomeno, lo scorso 25 novembre Greenpeace ha lanciato il “Buy Nothing Day” che, come suggerisce lo stesso nome, si festeggia semplicemente astenendosi dal comprare qualsiasi cosa per un giorno. L’obbiettivo di questa iniziativa era portare all’attenzione delle persone il problema inerente ai tantissimi abiti che, seppure ancora in buone condizioni, ogni anno vanno comunque a finire nelle discariche.
Per l’occasione hanno sfilato in tre diverse città le cosiddette trash queens, modelle vestite con degli abiti confezionati con stoffa riciclata da indumenti dismessi.
Un modo, questo, per scuotere anche le coscienze delle aziende d’abbigliamento ed invitarle a rivalutare questo modello consumistico basato sull”usa e getta” e creare dei capi destinati a durare più a lungo, riutilizzabili e riparabili. E per far riflettere anche i consumatori in modo da ridurre gli sprechi, invitandoli a chiedersi di fronte ad un possibile acquisto: “Ne ho davvero bisogno?“.

 

 

Il team di BreakNotizie

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