Allarme Ocse: i laureati occupati in Italia sono all’ultimo posto dell’UE

Allarme Ocse: i laureati occupati in Italia sono all’ultimo posto dell’UE

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Secondo l’ultimo rapporto Education at a glance 2015 stilato dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, in Italia il tasso di occupazione dei laureati è il più basso tra i 34 Stati presi in esame dall’inchiesta.


Maglia nera, dunque, per il nostro Paese che, nel XXI secolo, costringe molti giovani di talento a trasferirsi all’estero per fare carriera o, almeno, per trovare un posto di lavoro soddisfacente.
Il fenomeno dell’immigrazione che sembrava un argomento di altri tempi, oggi è ancora attualissimo sebbene la società e la qualità di vita degli italiani siano profondamente cambiate.
In piena era tecnologica, nonostante l’avvento dei nuovi sistemi digitali che hanno portato l’ammordernamento in ogni settore (pubblico e privato), sono migliaia i ragazzi che, dopo aver conseguito la laurea, non trovano sbocchi professionali e, come i loro nonni, scelgono altri Paesi in cerca di maggior fortuna.
America o, per chi vuole restare nel Vecchio Continente, Germania, Regno Unito e Scandinavia, le mete più gettonate che offrono maggiori opportunità di lavoro agli under 30 del Belpaese.

Si resta maggiormente delusi valutando un altro aspetto, messo in luce dalla stessa indagine, che fa capire meglio quanto siano penalizzati i ragazzi italiani rispetto a quelli europei: tra i dati diffusi dall’Organizzazione internazionale, colpisce la media dei laureati italiani, pari al 20%, cioè il 3% in più di quella registrata negli altri 33 Paesi.
Giovani volenterosi e qualificati, dunque, per i quali però non viene applicato il principio della meritocrazia di cui tanto si parla ma che non corrisponde alla realtà fotografata dall’Ocse.
A rappresentare la situazione, in maniera ancora più eloquente, è l’analisi di un altro dato: il 35% dei non laureati, di età compresa tra i 20 e i 24 anni, non solo non risulta impiegato ma ha deciso di non proseguire gli studi e di non iscriversi nemmeno ad un corso di formazione.
Una sorta di passività che culmina nella sfiducia netta nelle Istituzioni che, a dispetto della Costituzione, non garantiscono alcuna collocazione professionale come testimonia l’arrendevolezza di chi non ha realizzato un percorso accademico.

Incrociando questi dati con l’ultimo rilevamento Istat effettuato nel mese di agosto di quest’anno, risulta che sono circa 1 milione i giovani che appartengono a questa fascia di età e che rappresentano il 44% dei ragazzi italiani, mentre in Europa il tasso scende al 26%.
Dalla ricerca Ocse è emerso che nel 68% dei casi si tratta di ex studenti con entrambi i genitori non laureati.
L’interrruzione scolastica è motivata anche da scelte politiche miopi dei vari Governi che si sono succeduti negli ultimi anni, che non hanno puntato ad investire su una risorsa così determinante come l’istruzione.
Diversamente da altre nazioni (Paesi Bassi, Scandinavia, Germania e Francia) l’Italia ha stanziato una piccola parte del Pil in questo settore che resta carente sotto molti aspetti (mancanza di fondi per le attività, programmi obsoleti, edifici in condizioni ai limiti dell’agibilità).
Anche gli insegnanti non se la passano meglio rispetto ai colleghi dell’UE: quelli italiani sono sottopagati (la retribuzione è pari al 67% di altri stipendiati europei con qualifica simile) e, rispettivamente nel 57% e nel 73% dei casi, sono più anziani dei docenti della scuola primaria e secondaria.
Un dato allarmante che da solo fa capire quanto la scuola italiana avrebbe bisogno di un “rinnovamento” utile per indurre i giovani a non abbandonare gli studi e a finalizzare ogni sforzo nella prospettiva di un’occupazione dignitosa in modo che l’Italia possa perdere il “triste primato” della più alta percentuale di disoccupati laureati.

Il team di BreakNotizie

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